Darwin citas

Frases de Charles Darwin Descubre citas e frases interesantes y verificadas · Charles Robert Darwin fue un naturalista inglés, reconocido por ser el cient... Recopilación de frases y Citas célebres de Charles Darwin: Charles Robert Darwin (Shrewsbury, 12 de febrero de 1809-Down House, 19 de abril de 1882) fue un naturalista inglés, reconocido por ser el científico más influyente (y el primero, compartiendo este logro de forma independiente con Alfred Russel Wallace) de los que plantearon la idea de la evolución biológica a través de la ... Frases de Charles Darwin Descubre citas e frases interesantes y verificadas · Charles Robert Darwin fue un naturalista inglés, reconocido por ser el cient... (página 2) Los viajes de Darwin en el HMS Beagle fueron indispensables para su teoría. Charles Robert Darwin nació en Shrewsbury, Inglaterra, en 1809.Era hijo de un médico y empresario acomodado, y fue criado en los preceptos de la iglesia anglicana y del libre pensamiento.. Desde muy joven Darwin mostró talentos para la historia natural y pasión por la recolección de ejemplares biológicos. Charles Robert Darwin (1809-1882), fue un naturalista inglés que postuló la teoría evolucionista, que sostiene que todos los seres vivos tienen un antepasado común del cual han evolucionado mediante la selección natural. Citas célebres de Darwin Las especies que sobreviven no son las más fuertes, ni las más rápidas, ni las más inteligentes; sino aquellas que se adaptan mejor al ... Leer las mejores frases de Charles Darwin es una actividad que merece la pena por una sencilla razón. Este científico británico revolucionó el mundo de la ciencia hace 150 años, suponiendo su contribución una auténtica revolución respecto a lo que entonces se pensaba de nuestro origen. Te dejo las mejores frases de Charles Darwin, naturalista, geólogo y biólogo inglés conocido por su teoría de la evolución y el proceso de selección natural. Darwin (1809-1882) desarrolló la teoría que llamó selección natural, que establecía que las especies que sobreviven son las que mejor se adaptan al medio. Darwin se sentía un gran incomprendido en la sociedad dónde vivió, esta cita nos da fe de ello. 28. Amo los insectos. El amor por los insectos de Darwin perdurará para siempre en sus estudios. 29. Qué fácil ocultamos nuestra ignorancia tras la frase “el plan de la creación”. Charles Darwin - Citas célebres y imágenes con frases de Charles Darwin para Facebook y Twitter. Darwin falleció el 19 de abril de 1992 a la edad de 73 años a causa de una Insuficiencia cardíaca. Hoy repasamos sus citas más famosas: 'Si no hay dudas, no hay progreso'.

[2005] Domenico Losurdo - Marx, a tradição liberal e a construção histórica do conceito universal de homem

2020.06.27 15:10 AntonioMachado [2005] Domenico Losurdo - Marx, a tradição liberal e a construção histórica do conceito universal de homem

Artigo: http://www4.pucsp.bneils/downloads/v13_14_losurdo.pdf
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2019.07.18 10:38 lostorico Recensione a Philipp Blom: La grande frattura. L'Europa tra le due guerre (1918-1938), Marsilio, 2019.

Recensione a Philipp Blom: La grande frattura. L'Europa tra le due guerre (1918-1938), Marsilio, 2019.

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Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni. La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti. La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti. La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.
Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.
Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale. In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).
I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187). La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.
Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin. Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).
Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26). Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri. Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.
Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo). Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.
Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan). Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934. A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale.
Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti. Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)
La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.
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2019.03.15 14:33 bujiastorch Cita Bujías Torch. Hoy del naturalista inglés Charles Darwin

Cita Bujías Torch. Hoy del naturalista inglés Charles Darwin
#FelizFinde a todos.

Amigos, hoy se celebra el Día Mundial de los Derechos del consumidor, que promueve la difusión de los derechos fundamentales que asisten a los consumidores de todo el mundo, exigiendo su protección y respeto frente a los abusos de los mercados.

Así mismo, nos gustaría compartir una frase de Darwin, la cual dice:
"No sobreviven las especies más fuertes, ni las más inteligentes, sino las que mejor se adaptan al cambio"

¡Feliz día!

#BujiasTorch #Frases #Citas #DíaMundialdelosDerechosdelConsumidor #Darwin #Venezuela
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2016.08.15 21:34 ShaunaDorothy Il comunismo e la famiglia - L’approccio marxista alla liberazione delle donne (2 - 2)

https://archive.is/VHGvA
Vogel non pone la domanda fondamentale: se le donne verranno liberate dall’abbrutimento del lavoro domestico, dove le condurrà la loro liberazione? La riduzione del tempo speso a svolgere lavori domestici sarà forse correlata ad un aumento complementare delle ore trascorse al lavoro: due ore di meno a lavare vestiti e pavimenti, due ore di più alla catena di montaggio? Non è certo questa la concezione marxista della liberazione delle donne.
La sostituzione del lavoro domestico e della cura dei bambini con istituzioni collettive è un aspetto del cambiamento fondamentale del rapporto tra produzione e tempo di lavoro. In un’economia socialista pianificata, ogni tipo di attività economica, dalla produzione di acciaio e computer al lavaggio degli abiti, dei pavimenti e dei mobili, sarà oggetto di un rapido e costante incremento della produzione per unità di lavoro impiegato. Molto prima che si realizzi una società comunista, gran parte dei lavori domestici saranno automatizzati. Più in generale, assisteremo ad una costante diminuzione del tempo totale di lavoro necessario alla produzione e al mantenimento dei mezzi di consumo e dei mezzi di produzione.
In una società compiutamente comunista, gran parte del tempo sarà l’equivalente di quello che oggi chiamiamo “tempo libero”. Il lavoro necessario assorbirà così poco tempo ed energie, che gli individui lo offriranno volentieri alla collettività. Ognuno avrà a disposizione il tempo e le rirsorse materiali e culturali necessarie a svolgere un lavoro creativo e appagante. Nei Grundrisse (1857), Marx menzionò la composizione di musica come un esempio di lavoro veramente libero.
Nel 2005 Sharon Smith, una figura di spicco dell’Iso e sedicente teorica, scrisse un libro dal titolo Women and Socialism: Essays on Women’s Liberation (Haymarket Books), una cui riedizione rivista ed allargata dovrebbe uscire quest’anno. Un estratto della nuova edizione, “Theorizing Women’s Oppression: Domestic Labor and Women’s Oppression”, pubblicato dalla International Socialist Review (marzo 2013), delinea quello che secondo l’Iso è il suo nuovo approccio al femminismo. Le “teorie” di Smith si rifanno ampiamente al concetto di lavoro domestico non retribuito come base dell’oppressione delle donne, sviluppato da Lise Vogel.
Smith comincia col criticare Karl Marx e Friedrich Engels, passaporto indispensabile per l’ambiente femminista piccolo-borghese: “il modo in cui Marx ed Engels trattano l’oppressione delle donne contiene elementi spesso contradditori, alcuni sfidano a fondo lo status quo di genere, altri invece lo rispecchiano”. Anche più dura è la critica di Smith verso la rivoluzione bolscevica russa del 1917, un evento che i liberali, femministi o meno, considerano nel migliore dei casi un esperimento utopico e fallimentare, nel peggiore l’atto di nascita di uno Stato di polizia totalitario.
Accarezzando i pregiudizi anticomunisti, Smith sostiene che i bolscevichi appoggiassero il ruolo tradizionale delle donne, elevando la maternità al grado di supremo dovere sociale: “Nonostante le enormi realizzazioni della Rivoluzione russa del 1917, come la legalizzazione dell’aborto e del divorzio, il diritto di votare e di candidarsi a cariche pubbliche e l’abolizione delle leggi che criminalizzavano la prostituzione e l’omosessualità, essa non seppe produrre una teoria che sfidasse le norme naturali eterosessuali o la supremazia della predestinazione materna delle donne”. Smith cita poi John Riddell, uno storico di sinistra i cui scritti vengono spesso pubblicati sulla International Socialist Review dell’Iso: “In quel periodo le comuniste consideravano la gravidanza come una responsabilità sociale e cercavano di aiutare ‘le povere donne che desideravano sperimentare la maternità come gioia suprema’”.
Con una citazione fuori contesto, Smith e Riddell falsificano la dottrina e la pratica dei bolscevichi. I bolscevichi vedevano nella sostituzione della famiglia con strutture collettive, non un distante obiettivo della futura società comunista ma un programma da attuare nei fatti nello Stato operaio sovietico russo. Alexandra Kollontai, una delle dirigenti del lavoro bolscevico tra le donne, chiedeva che le istituzioni socializzate si facessero completamente carico dei bambini e del loro benessere fisico e psicologico sin dall’infanzia. Parlando di fronte al primo congresso pan-russo delle donne, nel 1918, essa affermò:
“Poco a poco la società si sta facendo carico di tutti gli impegni che prima gravavano sui genitori.... Già esistono case per i neonati, asili infantili, giardini d'infanzia, colonie e case per i bambini, infermerie e sanatori per gli infermi, ristoranti, mense per gli scolari, testi scolastici gratuiti, vestiti e scarpe per i bambini degli istituti d'istruzione. Tutto ciò non dimostra sufficientemente che il bambino esce dalla stretta cornice familiare, passando il peso della sua crescita e della sua educazione dai genitori alla collettività?” (La famiglia e lo Stato comunista, nostra traduzione)
In una società socialista, gli insegnanti e gli assistenti degli asili nido e delle scuole materne sarebbero uomini e donne. Solo così si eliminerà l’ancestrale divisione del lavoro tra uomini e donne nella cura dei bambini.
Il modo in cui Kollontai concepiva la famiglia del futuro non era insolito per i dirigenti bolscevichi. In Women, the State and Revolution: Soviet Family Policy and Social Life, 1917-1936 (Cambridge University Press, 1993), Wendy Goldman, una studiosa americana con simpatie femministe liberali, scrive che Alexander Goikhbarg, il principale autore del primo Codice legale sul matrimonio, la famiglia e la custodia, del 1918: “incoraggiava i genitori a rigettare ‘l’amore restrittivo e irrazionale per i figli’. Pensava che l’educazione dei bambini da parte dello Stato avrebbe ‘dato risultati molto migliori dell’approccio privato, individuale, antiscientifico ed irrazionale di singoli genitori ‘amorevoli’ ma ignoranti.’” I bolscevichi volevano liberare non solo le donne dall’angustia del lavoro domestico e dal dominio patriarcale, ma anche i bambini dagli effetti spesso negativi dell’autorità dei genitori.
I bolscevichi e la cura collettiva dei bambini
Riecheggiando Vogel, Smith scrive:
“Se la funzione economica della famiglia operaia, così cruciale nella riproduzione della forza-lavoro per il sistema capitalista, che allo stesso tempo costituisce la radice sociale di tutta l’oppressione delle donne, fosse eliminata, si potrebbero creare le basi materiali per la liberazione delle donne. Questo esito può iniziare a materializzarsi solo eliminando il sistema capitalista e sostituendolo con una società socialista che socializzi il lavoro domestico in precedenza assegnato alle donne.”
L’uso che fa Smith del termine “lavoro domestico” è ambiguo. Intende solo il lavoro domestico e la cura fisica dei bambini piccoli? Che dire allora del “lavoro domestico” implicato in quello che oggi chiamano l’essere genitori? Smith non lo dice. Ignora semplicemente la questione dei rapporti interpersonali tra una madre e il suo bambino: ascoltarlo e parlargli dei suoi problemi, dei suoi desideri e delle sue paure. Insegnargli le prime parole o i rudimenti dell’igiene e della sicurezza. Giocarci. Aiutarlo con i compiti. Ma non considerando queste interazioni come un terreno di azione collettiva, l’idea di socialismo di Smith è del tutto compatibile con la conservazione della famiglia, eccezion fatta per il lavoro domestico.
Perché rimanere ambigui su una materia tanto importante? L’Iso cerca di attrarre giovani idealisti della sinistra liberale, presentando loro una versione di “marxismo” ritagliata su misura per le loro idee e i loro pregiudizi. Questa organizzazione non prende quasi mai, su qualsiasi questione, una posizione che sia veramente impopolare nell’ambiente radical liberale americano. Le giovani con una mentalità femminista troverebbero molto attraente l’idea di una vita famigliare senza lavori domestici. Ma dover rinunciare alla casa di proprietà della famiglia, all’attaccamento esclusivo ai “propri” bambini? L’audience piccolo-borghese cui si rivolge Smith inorridisce di fronte al programma bolscevico di trasformazione della vita quotidiana con modi di vita collettivi. Come scrisse Kollontai:
“La lavoratrice, divenuta combattente sociale per la grande causa della liberazione dei lavoratori, deve sapere che non vi è motivo perché persistano le vecchie divisioni. Questi sono i miei figli, cui riservo tutte le mie attenzioni materne e il mio amore. Questi sono i tuoi figli, questi i figli del vicino, di loro non mi importa. Che siano pure più affamati dei miei, che abbiano più freddo, non mi importa dei figli altrui! Oggi la madre operaia consapevole deve imparare a non far distinzioni tra tuo e mio, a ricordare che sono solo i nostri figli, figli della Russia operaia, comunista”. [enfasi originali, nostra traduzione]
Ancora nel 1929, il Partito comunista russo (Pc) continuava a rivendicare l’estinzione della famiglia, nonostante l’ascesa al potere politico cinque anni prima di una casta burocratica conservatrice capeggiata da J.V. Stalin. Ma come abbiamo scritto in “La rivoluzione russa e l’emancipazione della donna” (Spartacist, edizione inglese n. 59, primavera 2006), “Nel 1936-37, quando la degenerazione del Pc russo fu completata, la dottrina stalinista sentenziò che si trattava di un ‘errore grossolano’ e chiese la ‘ricostruzione della famiglia su di una nuova base socialista!’”
La famiglia come costrutto sociale
Se Smith e Riddell sostengono falsamente che il primo regime bolscevico appoggiasse il ruolo tradizionale delle donne come principali responsabili della cura dei figli, Goldman li critica al contrario per non averlo fatto:
“I bolscevichi davano poca importanza al profondo legame emotivo tra genitori e figli. Pensavano di potere relegare a dipendenti pubblici stipendiati gran parte delle attenzioni necessarie ai bambini, anche nell’infanzia. Tendevano a sminuire l’importanza del legame affettivo tra madre e figlio per la sopravvivenza dei neonati e per il loro sviluppo durante la prima infanzia, anche se sarebbe bastata una rudimentale conoscenza del lavoro degli orfanotrofi prerivoluzionari per rivelare lo sconvolgente, bassissimo tasso di sopravvivenza dei neonati che vivevano in queste istituzioni e gli ostacoli frapposti al sano sviluppo dei bambini”.
Il paragone non ha senso. Il trattamento e la sorte dei bambini più piccoli nei miserabili orfanotrofi della Russia zarista non si può in alcun modo paragonare all’educazione collettiva dei bambini in una società rivoluzionaria. Uno Stato operaio, specialmente in un paese economicamente avanzato, avrebbe a sua disposizione le risorse umane e materiali necessarie a fornire ai bambini un’educazione migliore sotto ogni aspetto rispetto a quella di una madre nel quadro domestico di una famiglia privata.
I bolscevichi inoltre ponevano un forte accento sulla salute e sul benessere della madre e del bambino. Lo Statuto dei lavoratori del 1918 garantiva una pausa retribuita di almeno trenta minuti ogni tre ore per l’allattamento. L’assistenza alla maternità, introdotta quello stesso anno, garantiva un permesso di maternità di otto settimane a salario pieno, pause per l’allattamento e strutture per consentire alle donne di riposare sul posto di lavoro, assistenza gratuita prima e dopo il parto e sostegno finanziario. Questo programma, con la sua rete di reparti di maternità, di consultori, di luoghi di allattamento, di asili, di case per le madri e i bambini, fu tra le donne probabilmente la più popolare di tutte le innovazioni introdotte dal regime sovietico.
Le femministe, americane e non solo, condannano l’affermazione secondo cui “la biologia determina il destino”, vedendovi un’espressione di sciovinismo maschilista. Eppure Goldman da per scontato che delle donne (o degli uomini) che non hanno una relazione biologica con dei neonati o dei bambini in tenera età, non possano sviluppare sentimenti protettivi nei loro confronti simili a quelli della madre biologica. Forse i genitori di bambini adottivi sono di un’altra opinione. Ma anche le attuali procedure di adozione negli Usa si basano sull’idea che i bambini possono essere amati e curati soltanto in una “famiglia”, sia essa formata da padre e madre biologici, da genitori adottivi o da genitori gay o transgender. Lungi dall’essere una legge di natura, l’idea che l’educazione dei bambini sia possibile solo nel quadro della famiglia è un costrutto sociale.
Quando gli essere umani vivevano come cacciatori-raccoglitori (vale a dire, per la maggior parte dei 200 mila anni da cui esiste la nostra specie), l’unità fondamentale dell’esistenza umana non era la “coppia” ma la banda o la tribù. Un esempio non lontano venne raccolto dalle testimonianze dei missionari gesuiti tra il popolo cacciatore dei naskapi del Labrador. Come raccontò Eleanor Burke Leacock nella sua bella introduzione all’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (International Publishers, 1972), i gesuiti si lamentavano della libertà sessuale delle donne naskapi, dicendo ad un uomo che “nemmeno lui era sicuro che suo figlio, lì presente, fosse davvero figlio suo”. La risposta del naskapi parla da sola: “Voi siete pazzi. Voi francesi amate solo i figli vostri, ma noi amiamo tutti i bambini della nostra tribù”.
La scomparsa delle classi e della proprietà privata sotto il comunismo porterebbe inevitabilmente con sé la completa libertà nelle relazioni sessuali e la scomparsa di qualsiasi concetto di legittimità o illegittimità dei figli. Ciascuno avrebbe accesso a tutti i vantaggi della società per il fatto stesso di essere un cittadino del soviet internazionale.
La famiglia, veicolo dell’ideologia borghese
Vogel e Smith limitano implicitamente alle attività fisiche la loro definizione di lavoro domestico. Smith ad esempio scrive: “Le responsabilità quotidiane della famiglia ruotano ancora attorno al cibo, al vestiario, alle pulizie e alla cura dei propri membri, una responsabilità che ricade ancora in gran parte sulle donne”. Ma la crescita dei bambini in vista del loro ingresso nel mercato del lavoro non è come l’allevamento di agnelli e vitelli per il mercato del bestiame. La riproduzione della forza-lavoro umana non ha solo carattere biologico, ma anche sociale, vale a dire ideologico. Anche portare un bambino in chiesa o al catechismo è una forma di lavoro domestico importante per il mantenimento del sistema capitalista. Così come portare un bambino a vedere un film che esalta i “valori famigliari”, il patriottismo, ecc. La famiglia è la principale istituzione tramite cui le varie forme di ideologia borghese vengono trasmesse da una generazione alla successiva.
L’Abc del comunismo (1919), scritto da due bolscevichi di primo piano, Nikolai Bukharin e Evgeny Preobrazhensky, spiegava che l’esigua minoranza dei capitalisti non può dominare la classe operaia solo con l’uso della forza fisica e della coercizione esercitata da polizia ed esercito. Il mantenimento del sistema capitalista richiede anche la forza delle idee:
“La borghesia sa bene di non poter reprimere le masse operaie colla sola forza bruta. Pensa perciò che bisogna tessere una sottile ragnatela intorno al cervello di questa gente. (...) Con questo spirito lo Stato capitalista educa tecnici, maestri di scuola e professori borghesi, preti e vescovi, scribacchini e giornalisti borghesi, perché provvedano a rincretinire e addomesticare il proletariato.”
Bukharin e Preobrazhensky indicavano tre principali istituzioni tramite cui si mantiene il dominio ideologico borghese: il sistema scolastico, la Chiesa e la stampa, che oggi include i mass media, i film, la televisione e internet.
Nei paesi capitalisti avanzati, dove i bambini sono considerati di proprietà dei genitori, la famiglia ha un rapporto diverso con ciascuna di queste istituzioni. Dall’età di cinque o sei anni i bambini hanno l’obbligo legale di frequentare la scuola (pubblica o privata) e quelli più piccoli spesso frequentano le scuole materne. Fin da piccolissimi i bambini guardano la televisione, sotto il controllo di qualche genitore, di solito la madre, che sceglie i programmi. A differenza degli insegnanti e dei produttori televisivi, i preti non hanno accesso diretto ai bambini (negli Usa, come in altri paesi, sono i genitori a decidere se i figli devono essere o meno sottoposti a indottrinamento religioso). Almeno all’inizio, questo indottrinamento viene imposto ai bambini contro il loro desiderio personale. Probabilmente non esiste un solo bambino di quattro o cinque anni sulla faccia della terra che non preferisca giocare con altri bambini piuttosto che partecipare a una cerimonia religiosa.
Prendiamo un bambino di dieci anni i cui genitori sono cattolici praticanti. Va in chiesa da quando è nato. Frequenta una scuola cattolica al posto di quella pubblica (o in aggiunta). A casa sente dire le preghiere prima dei pasti e conosce molte espressioni quotidiane di fede religiosa. É possibile che aderirà al credo e alle dottrine cattoliche, almeno fino all’età in cui sarà affrancato dall’autorità dei genitori.
Prendiamo invece un bambino di dieci anni i cui genitori non sono religiosi. La sua conoscenza della religione si limita a ciò che ha imparato a scuola e a qualche informazione dalla televisione, dai film o da discussioni con altri bambini cresciuti in un ambiente religioso. Quasi sicuramente il bambino sarà irreligioso. Ma il fatto di essere irreligioso non rende un bambino immune da altre forme, probabilmente più “progressiste” di ideologia borghese. Un bambino cresciuto da genitori che aderiscono ad un “umanismo laico” probabilmente sosterrà il liberalismo politico negli Stati Uniti o la socialdemocrazia in Europa occidentale e forse anche l’élitismo intellettuale. Esiste anche una corrente atea libertaria (associata a Ayn Rand) che glorifica l’individualismo egoista e il “libero mercato” capitalista. La religione non è l’unica forma di ideologia borghese reazionaria.
Oltre alle donne, la famiglia opprime anche i bambini e deforma parecchio la coscienza degli uomini. Questa fondamentale verità sociale è ignorata, se non negata, dalle femministe liberali e “socialiste”. Per loro, ammettere che l’oppressione dei bambini è intrinseca alla famiglia significherebbe (colmo dell’orrore!) criticare il comportamento socialmente condizionato delle donne nel loro ruolo di madri. Le sedicenti marxiste come Vogel e Smith, che diffondono la tesi per cui il lavoro domestico è la base dell’oppressione delle donne, considerano il ruolo delle madri nei confronti dei figli come esclusivamente benefico.
Contro la repressione sessuale dei bambini
Le tante femministe che condannano gli abusi fisici dei bambini, sono di fatto indifferenti agli abusi psicologici di cui questi sono vittime. Tanto per fare un esempio, i figli di genitori fondamentalisti cristiani (cattolici o protestanti poco importa) subiscono una tortura mentale per convincerli che andranno all’inferno se si comportano male.
Molto più diffusa e psicologicamente dannosa è la repressione sessuale dei bambini che si estende fino all’adolescenza. La società capitalista tende a punire le espressioni di sessualità dei bambini fin dalla nascita. Anche i genitori più aperti non possono mettere i figli al riparo dall’ideologia moralista e sessuofoba che pervade la società americana, a partire dai reparti rosa e azzurri separati di Toys “R” Us (ndr negozi di giocattoli), fino alla proibizione della nudità in pubblico e alla demonizzazione di qualsiasi attività sessuale dei bambini, compresa la masturbazione. Più dei padri sono le madri, per il ruolo principale che svolgono nell’accudire i bambini piccoli, ad iniziare il processo di repressione sessuale, insegnando ai bambini a vergognarsi dei loro corpi e a sopprimere la naturale curiosità.
Anche August Bebel, uno dei principali dirigenti della socialdemocrazia tedesca al passaggio tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, sembra un libertario estremista sul piano sessuale a confronto delle attuali “femministe socialiste”. Ne La donna e il socialismo (1879) insisteva:
“La soddisfazione dell’istinto sessuale è questione personale di ogni individuo, precisamente come il soddisfacimento di qualunque altro istinto naturale. L’uno non deve rendere conto all’altro, e chi non vi è chiamato non ci si deve immischiare. (...) Il semplice fatto che spariranno l’alone di mistero e l’imbarazzato moralismo che oggi circondano delle faccende del tutto naturali garantirà delle relazioni tra i sessi più naturali rispetto a quelle prevalenti oggigiorno”. [enfasi originali, nostra traduzione]
Si possono leggere centinaia di pagine delle odierne “femministe socialiste” senza trovare mai scritto che la società socialista consentirà a tutti di soddisfare meglio i propri bisogni e desideri sessuali.
Il futuro comunista
Sotto il comunismo, le persone saranno veramente libere di plasmare e modificare i loro rapporti personali. Evidentemente, non si tratta di una libertà assoluta. La specie umana non può trascendere la sua costituzione biologica e i suoi rapporti con l’ambiente naturale. Anche l’uomo e la donna comunisti invecchieranno e moriranno. L’umanità comunista non può cancellare il passato e ricostruire una società totalmente nuova. L’umanità comunista erediterà l’intero patrimonio culturale accumulato nella storia della nostra specie, nel bene come nel male. Non possiamo conoscere le pratiche sessuali della società comunista, che si svilupperanno nel futuro. Qualsiasi previsione, per non dire prescrizione, porterebbe l’impronta degli atteggiamenti, dei valori e dei pregiudizi determinati da una società repressiva e dalla divisione in classi.
Una differenza fondamentale tra il marxismo e il femmismo, che si professi liberale o socialista, sta nel fatto che il nostro obiettivo ultimo non è l’eguaglianza di genere in quanto tale, ma uno sviluppo progressista dell’insieme della specie umana. L’educazione collettiva dei bambini in condizioni di abbondanza materiale e di ricchezza culturale produrrà degli esseri umani le cui capacità mentali e il cui benessere psicologico saranno molto superiori agli individui che popolano la nostra società povera, oppressiva e divisa in classi. In un discorso del 1932 sulla Rivoluzione russa, pubblicato in “In difesa dell’Ottobre” (Fourth International, luglio-agosto 1947), Leon Trotsky disse:
“É vero che più di una volta l’umanità ha generato dei giganti di pensiero e azione che svettano sui loro contemporanei. La razza umana può andar fiera dei suoi Aristotele, Shakespeare, Darwin, Beethoven, Goethe, Marx, Edison e Lenin. Ma perché sono così rari? Soprattutto perché, senza quasi eccezione, sono sorti dalle classi medie e superiori. Con qualche rara eccezione, le scintille di genio nelle profondità oppresse del popolo vengono soffocate prima di divenire fiamma. Ma anche perché il processo della creazione, dello sviluppo e dell’educazione degli esseri umani resta com’era una attività essenzialmente casuale, non illuminata dalla teoria né dalla pratica, che sfugge alla coscienza e alla volontà...
Una volta eliminate le forze anarchiche dalla società l’uomo si metterà al lavoro su sé stesso, col mortaio e il pestello del chimico. Per la prima volta l’umanità vedrà in sé stessa una materia grezza, o almeno un semilavorato fisico e psicologico. Anche in questo campo, il socialismo comporterà un balzo dal regno della necessità al regno della libertà: l’uomo contemporaneo, con tutte le sue contraddizioni e i suoi squilibri, aprirà la strada ad una razza nuova e più felice.”
(Tradotto da Workers Vanguard n.1068 e n.1069 del 15 e 29 maggio 2015)
http://www.icl-fi.org/italiano/spo/79/donne.html
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2016.08.14 13:57 ShaunaDorothy El enfoque marxista de la liberación de la mujer - El comunismo y la familia ( 2 - 2 ) (Mayo de 2016)

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Pero, ¿cómo se logrará esta reducción y redistribución del trabajo doméstico? En la transición de la dictadura del proletariado al comunismo pleno, la transformación de la familia es un corolario de la expansión de la producción y el aumento de la abundancia. Su extinción o desintegración es resultado del éxito económico. En el proceso, será remplazada por nuevas formas de vivir que serán inconmensurablemente más ricas, humanas y gratificantes. Bien puede haber la necesidad de desarrollar algunas reglas en el curso de esta transformación conforme la gente busque nuevos modos de vida. En el periodo de transición, será la tarea del colectivo democrático de los obreros, el soviet, construir alternativas y guiar el proceso.
Vogel no plantea la cuestión crucial: cuando la mujer se libere de la esclavitud doméstica, ¿será libre para hacer qué? ¿La reducción del tiempo que pase en el trabajo doméstico será compensada por un aumento comparable en el tiempo que pase en su trabajo, dos horas menos lavando ropa y trapeando pisos, dos horas más en la línea de ensamblaje de la fábrica? Ésa ciertamente no es la idea marxista de la liberación de la mujer.
Remplazar el trabajo doméstico y la crianza de los niños con instituciones colectivas son aspectos de un cambio fundamental en la relación entre producción y tiempo de trabajo. Bajo una economía socialista planificada, todo tipo de actividad económica —desde la producción de acero y computadoras hasta la limpieza de la ropa, los pisos y los muebles— pasará por un constante y rápido aumento en la cantidad de producto por unidad de trabajo aplicado. Mucho antes de que se logre una sociedad comunista, es probable que la mayor parte del trabajo doméstico ya se haya automatizado. Más en general, habrá una reducción continua del tiempo de trabajo total necesario para la producción y el mantenimiento de los bienes de consumo y los medios de producción.
En una sociedad plenamente comunista, la mayor parte del tiempo será lo que ahora llamamos “tiempo libre”. El trabajo necesario absorberá una porción tan pequeña de tiempo y energía que cada individuo se lo concederá libremente al colectivo social. Todos dispondrán del tiempo y de los recursos materiales y culturales necesarios para realizar trabajo creativo y gratificante. En los Grundrisse (1857), Marx cita la composición musical como ejemplo de trabajo genuinamente libre.
Los “feministas socialistas” falsifican la doctrina y la práctica bolcheviques
En 2005, Sharon Smith, figura dirigente de la ISO que se pretende una teórica, publicó un libro, Women and Socialism: Essays on Women’s Liberation (La mujer y el socialismo: Ensayos sobre la liberación de la mujer, Haymarket Books), del cual se espera una nueva edición revisada y expandida para este año [2015]. Un extracto de esta nueva edición, “Theorizing Women’s Oppression: Domestic Labor and Women’s Oppress-ion” [Teorizando sobre la opresión de la mujer: El trabajo doméstico y la opresión de la mujer], publicado en International Socialist Review (marzo de 2013), delinea lo que la ISO define como su nuevo enfoque del feminismo. La “teorización” de Smith se basa en gran medida en el concepto de que el trabajo doméstico no remunerado es el fundamento de la opresión de la mujer, como lo presenta Vogel en Marxism and the Oppression of Women: Toward a Unitary Theory.
Smith comienza criticando a Karl Marx y Friedrich Engels, un requisito esencial para acceder al medio feminista pequeñoburgués: “La manera en que Marx y Engels describen la opresión de la mujer presenta frecuentemente componentes contradictorios: en algunos sentidos cuestionando fundamentalmente el status quo de género, pero meramente reflejándolo en otros”. Smith critica incluso más agudamente la Revolución Bolchevique de 1917 en Rusia, un evento que los liberales, feministas o no, consideran en el mejor de los casos un experimento utópico fallido y, en el peor, el nacimiento de un estado policiaco totalitario.
Haciéndole el juego a los prejuicios anticomunistas, Smith afirma que los bolcheviques apoyaron el papel tradicional de la mujer, haciendo de la maternidad el más alto deber social: “A pesar de los enormes logros de la Revolución Rusa de 1917 —incluyendo la legalización del aborto y el divorcio, el derecho al voto y a contender por puestos públicos y la abrogación de leyes que criminalizaban la prostitución y la sexualidad gay—, ésta no produjo una teoría capaz de enfrentar las normas naturales heterosexuales o la prioridad dada al destino maternal de las mujeres”. Smith procede a citar una declaración de John Riddell, un historiador izquierdista que frecuentemente publica en la International Socialist Review de la ISO: “Las mujeres comunistas en ese periodo veían el tener hijos como una responsabilidad social y buscaban ayudar a las ‘mujeres pobres que desean experimentar la maternidad como la más elevada felicidad’”.
Apoyándose en una cita sacada de contexto, Smith y Riddell falsifican la doctrina y la práctica bolcheviques. Los bolcheviques veían el remplazo de la familia a través de métodos colectivos para la crianza de los niños no como un objetivo distante en una futura sociedad comunista, sino como un programa que estaban empezando a implementar en el estado obrero ruso soviético existente. Alexandra Kollontai, una de las dirigentes del trabajo bolchevique entre las mujeres, abogó por instituciones socializadas que asumieran completa responsabilidad por los niños y su bienestar físico y sicológico desde la infancia. En su discurso al I Congreso de Mujeres Trabajadoras de Toda Rusia en 1918, declaró:
“Gradualmente, la sociedad se hará cargo de todas aquellas obligaciones que antes recaían sobre los padres...
“Existen ya casas para los niños lactantes, guarderías infantiles, jardines de la infancia, colonias y hogares para niños, enfermerías y sanatorios para los enfermos o delicados, restaurantes, comedores gratuitos para los discípulos en escuelas, libros de estudio gratuitos, ropas de abrigo y calzado para los niños de los establecimientos de enseñanza. ¿Todo esto no demuestra suficientemente que el niño sale ya del marco estrecho de la familia, pasando la carga de su crianza y educación de los padres a la colectividad?”
—“El comunismo y la familia”, Editorial Marxista, Barcelona, 1937
En una sociedad socialista, el personal encargado del cuidado y la educación en guarderías, jardines de niños y las escuelas preescolares estará compuesto de hombres y mujeres. De este modo —y sólo de este modo—, podrá eliminarse la división ancestral del trabajo entre hombres y mujeres en el cuidado de los niños pequeños.
El punto de vista de Kollontai acerca del futuro de la familia no era inusual entre los dirigentes bolcheviques. En La mujer, el estado y la revolución: Política familiar y vida social soviéticas, 1917-1936 (Ediciones IPS, 2010), Wendy Goldman, una académica estadounidense de simpatías liberales feministas, escribe que Aleksandr Goijbarg, el principal autor del primer Código Sobre el Matrimonio, la Familia y la Tutela (1918), “alentaba a los padres a rechazar ‘su amor estrecho e irracional por sus hijos’. Según su punto de vista la crianza del estado ‘proveería resultados ampliamente superiores al abordaje privado, individual, irracional y no científico de padres individualmente “amorosos” pero “ignorantes”’”. Los bolcheviques no buscaban únicamente liberar a las mujeres del fastidio doméstico y la dominación patriarcal, sino también liberar a los niños de los efectos, frecuentemente nocivos, de la autoridad parental.
Los bolcheviques y el cuidado colectivo de los niños
Haciendo eco de Vogel, Smith escribe:
“Si la función económica de la familia obrera, tan crucial en la reproducción de la fuerza de trabajo para el sistema capitalista —y que al mismo tiempo forma la raíz social de toda la opresión de la mujer—, fuera eliminada, se sentarían las bases materiales para la liberación de la mujer. Este resultado sólo puede empezar a obtenerse mediante la eliminación del sistema capitalista y su remplazo por una sociedad socialista que colectivice el trabajo doméstico antes asignado a las mujeres”.
Aquí, el uso que hace Smith del término “trabajo doméstico” resulta ambiguo. ¿Se refiere únicamente a los quehaceres domésticos y al cuidado físico de los niños pequeños? ¿Y qué hay del “trabajo doméstico” que implica lo que se considera la tutela parental hoy día en EE.UU.? Smith no nos lo dice. Simplemente ignora la cuestión de las relaciones interpersonales entre las madres y sus hijos: escuchar y hablar con ellos de sus problemas, deseos y miedos; enseñarles los primeros pasos en el lenguaje y las bases de higiene, seguridad y otras tareas prácticas; jugar con ellos; ayudarles con su tarea. Al ignorar estas interacciones como parte del dominio colectivo, la idea del socialismo de Smith es enteramente compatible con la preservación de la familia, excluyendo los quehaceres domésticos.
¿Por qué esta ambigüedad en una cuestión tan crucial? La ISO apela a los jóvenes idealistas de la izquierda liberal promoviendo una versión del “marxismo” adaptada a sus puntos de vista y a sus prejuicios. Esta organización no toma casi nunca una posición sobre tema alguno que sea verdaderamente impopular en el medio de los radicales liberales estadounidenses. Las jóvenes feministas encontrarán muy atractiva la idea de una vida familiar sin quehaceres domésticos. Pero, ¿abandonar la perspectiva de un hogar familiar propio y la preocupación exclusiva por sus “propios” hijos? La audiencia pequeñoburguesa a la que se dirige Smith se horrorizaría ante el programa bolchevique para la transformación de la vida cotidiana a través de los métodos colectivos de vida. Como escribió Kollontai:
“La mujer, a la que invitamos a que luche por la gran causa de la liberación de los trabajadores, tiene que saber que en el nuevo estado no habrá motivo alguno para separaciones mezquinas, como ocurre ahora.
“‘Estos son mis hijos. Ellos son los únicos a quienes debo toda mi atención maternal, todo mi afecto; ésos son hijos tuyos; son los hijos del vecino. No tengo nada que ver con ellos. Tengo bastante con los míos propios’.
“Desde ahora, la madre obrera que tenga plena conciencia de su función social, se elevará a tal extremo que llegará a no establecer diferencias entre ‘los tuyos y los míos’; tendrá que recordar siempre que desde ahora no habrá más que ‘nuestros’ hijos, los del estado comunista, posesión común de todos los trabajadores”.
En 1929, el Partido Comunista (PC) ruso todavía llamaba por la extinción de la familia, a pesar del ascenso al poder político de una casta burocrática conservadora dirigida por I.V. Stalin cinco años antes. Pero como escribimos en “La Revolución Rusa y la emancipación de la mujer”: “Para 1936-37, cuando la degeneración del PC ruso ya estaba completa, la doctrina estalinista declaró eso un ‘craso error’ y llamó por una ‘reconstrucción de la familia sobre una nueva base socialista’”.
La familia como una construcción social
Mientras que Smith y Riddell afirman falsamente que el régimen bolchevique de los primeros años apoyaba el papel tradicional de las mujeres como principales cuidadoras de sus niños pequeños, Goldman lo critica por no hacerlo:
“Los bolcheviques les adjudicaban poca importancia a los poderosos lazos emocionales entre padres e hijos. Asumían que la mayor parte del cuidado necesario de los niños, hasta de los más pequeños, podía ser relegado a empleados públicos pagos. Tendían a menospreciar el rol del lazo madre-hijo en la supervivencia infantil y el desarrollo del niño en edad temprana, por más que hasta un conocimiento rudimentario del trabajo de guarderías pre-revolucionarias hubiera revelado las tasas de supervivencia escandalosamente bajas para niños pequeños en contextos institucionales y los obstáculos para el desarrollo infantil sano”.
Esta analogía es completamente inválida. El trato y la suerte de los niños pequeños en los empobrecidos orfanatorios de la Rusia zarista no pueden ser comparados de ningún modo con el cuidado colectivo de los niños en una sociedad revolucionaria. Un estado obrero, particularmente en un país económicamente avanzando, tendría los recursos humanos y materiales para proporcionar un cuidado para los niños pequeños muy superior en todos los aspectos al de una madre en el contexto privado del hogar familiar.
Más aún, los bolcheviques pusieron gran énfasis en la salud y el bienestar de las madres y los niños. El Código Laboral de 1918 proporcionaba un descanso pagado de 30 minutos al menos cada tres horas para alimentar a un bebé. El programa de seguridad maternal implementado ese mismo año proveía una licencia por maternidad pagada de ocho semanas, recesos para el cuidado infantil e instalaciones de descanso en las fábricas para las mujeres en el trabajo, cuidado pre y postnatal gratuito y pensiones en efectivo. Con la red de clínicas de maternidad, consultorios, comedores, guarderías y hogares para las madres y los bebés, este programa probablemente fue la innovación más popular del régimen soviético entre las mujeres.
Los feministas en EE.UU. y otros lugares denuncian frecuentemente la proposición de que “la biología determina el destino” como una expresión de machismo. Y, sin embargo, Goldman asume que las mujeres, o incluso los hombres, que no tienen relación biológica con los bebés ni los niños pequeños son incapaces de desarrollar los mismos sentimientos de protección hacia ellos que sus madres biológicas. Los padres de niños adoptados probablemente tendrán algo que decir contra esta idea. Pero la práctica moderna de la adopción en EE.UU. también está basada en la idea de que sólo en el contexto de una “familia” —ya sea de madre y padre biológicos, padres adoptivos o padres gay o transgénero— los niños pueden recibir el cuidado y el amor necesarios. Lejos de ser un hecho natural, la idea de que los niños sólo pueden desarrollarse con éxito en el contexto de una familia es una construcción social.
Cuando la gente vivía como cazadores-recolectores (durante la vasta mayoría de los 200 mil años en los que ha existido nuestra especie), la banda o la tribu, no “la pareja”, era la unidad básica de la existencia humana. Un ejemplo del pasado no muy distante viene del testimonio de los misioneros jesuitas del siglo XVII entre el pueblo de cazadores naskapi de Labrador. Como lo cuenta Eleanor Burke Leacock en su magnífica introducción a El origen de la familia, la propiedad privada y el estado de Engels (International Publishers, 1972), los jesuitas se quejaban de la libertad sexual de las mujeres naskapi, señalándole a un hombre que “no estaba seguro de que su hijo, que estaba ahí presente, fuera su hijo”. La respuesta del naskapi es reveladora: “Ustedes no tienen sentido. Ustedes los franceses aman sólo a sus propios hijos; pero nosotros amamos a todos los niños de nuestra tribu”.
La desaparición de las clases y la propiedad privada bajo el comunismo conduciría inevitablemente a la completa libertad en las relaciones sexuales y a la desaparición de cualquier concepto de legitimidad e ilegitimidad. Todo el mundo tendría acceso a los beneficios completos de la sociedad por el sólo hecho de ser ciudadano del soviet internacional.
La familia como portadora de la ideología burguesa
Vogel y Smith limitan implícitamente el concepto de trabajo doméstico a las actividades físicas. De ese modo, Smith escribe: “Las actividades cotidianas de la familia aún giran alrededor de la alimentación, el vestido, la limpieza y el cuidado en general de sus miembros, y esa responsabilidad aún recae principalmente en las mujeres”. Pero criar hijos con miras a su eventual ingreso al mercado laboral no es como criar becerros y corderos para el mercado ganadero. La reproducción de la fuerza de trabajo humana no tiene sólo un componente biológico, sino también uno social, es decir ideológico. Llevar a un niño a la iglesia o a recibir educación religiosa también es una forma de trabajo doméstico, importante a su modo para la preservación del sistema capitalista; lo mismo sucede con llevar a un niño a ver una película que glorifica los “valores familiares”, el patriotismo, etc. La familia es la principal institución a través de la cual la ideología burguesa en sus distintas formas se transmite de una generación a la siguiente.
En El ABC del comunismo (1919), escrito por dos dirigentes bolcheviques, Nikolai Bujarin y Evguenii Preobrazhensky, se explica cómo la diminuta minoría de capitalistas no puede dominar a la clase obrera utilizando sólo la fuerza física y la coerción impuestas por la policía y el ejército. La preservación del sistema capitalista también requiere de la fuerza de las ideas:
“La burguesía comprende que no puede someter a la clase obrera con la sola fuerza bruta. Sabe que es necesario nublar también el cerebro... El estado capitalista educa especialistas para el acretinamiento y la doma del proletariado: maestros burgueses y profesores, curas y obispos, plumíferos y periodistas burgueses”.
Bujarin y Preobrazhensky señalaron tres instituciones fundamentales para mantener el dominio ideológico de la burguesía: el sistema educativo, la iglesia y la prensa (los medios masivos actualmente incluyen también al cine, la televisión y el Internet).
En los países capitalistas avanzados, en los que los niños son normalmente considerados propiedad de sus padres, la familia tiene relaciones distintas con cada una de esas instituciones. A partir de los cinco o seis años, los niños están legalmente obligados a asistir a la escuela (pública o privada) y los niños más chicos con frecuencia van a preescolar. Desde muy temprana edad, los niños ven televisión; algunos padres, más frecuentemente las madres, controlan lo que ven. A diferencia de los maestros y los productores de televisión, los clérigos no tienen un acceso tan automático a los niños pequeños: en EE.UU. y otros países, los padres deciden si sus hijos reciben adoctrinamiento religioso o no. Al menos al inicio, este adoctrinamiento les es impuesto a los niños en contra de sus deseos subjetivos. Probablemente no hay en el planeta un niño de cuatro o cinco años que prefiera asistir a servicios religiosos en vez de jugar con otros niños.
Tomemos el caso de un niño de diez años cuyos padres son católicos practicantes. Desde que tiene memoria lo han llevado a misa. Ha ido a una escuela católica en vez de ir a la escuela pública, o adicionalmente a ésta. En casa, ha escuchado rezos antes de cada comida y experimentado múltiples expresiones de fe religiosa en la vida doméstica cotidiana. Hay grandes probabilidades de que un niño como éste suscriba las creencias y doctrinas católicas al menos hasta una etapa posterior de su vida en la que se vea libre de la autoridad de sus padres.
Por otro lado, veamos ahora el caso de un niño de diez años cuyos padres no son religiosos. Su conocimiento de la religión está limitado a lo que ha aprendido en la escuela pública e información ocasional obtenida de programas de televisión, películas y discusiones con otros niños de mentalidad religiosa. Un niño así casi seguramente no será religioso. Pero no tener religión no inmuniza a un niño de otras formas probablemente “progresistas” de ideología burguesa. Un niño criado por padres que suscriben el “humanismo secular” muy probablemente se considerará políticamente liberal en EE.UU. o socialdemócrata en Europa, y probablemente demostrará elitismo intelectual. Así mismo, existe una corriente del libertarismo ateo (asociada con Ayn Rand) que glorifica el individualismo egoísta y el capitalismo de “libre mercado”. La religión no es la única forma de ideología burguesa reaccionaria.
La familia oprime a los niños al igual que a las mujeres, y deforma muchísimo la conciencia de los hombres también. Los feministas, liberales y “socialistas”, ignoran este hecho social fundamental, si no es que abiertamente lo niegan. Para éstos, reconocer que la opresión de los niños es intrínseca a la familia significaría (¡horror de horrores!) criticar el comportamiento socialmente condicionado de las mujeres en su papel de madres. Marxistas autoproclamados como Vogel y Smith, que promueven la tesis de que el trabajo doméstico es la base de la opresión de las mujeres, tratan implícitamente a las mujeres como si sólo hicieran bien a sus hijos.
Contra la represión sexual de los niños
Aunque la mayoría de los feministas condenarían el abuso físico de los niños, en los hechos permanecen indiferentes al abuso sicológico. Por tomar sólo un ejemplo, los hijos de padres fundamentalistas cristianos (católicos o protestantes) sufren la tortura mental de creer que irán al infierno si no se portan bien.
La represión sexual de los niños, que se extiende a la adolescencia, está bastante más extendida y causa daños sicológicos más graves. La sociedad capitalista está diseñada para penalizar la expresión de sexualidad de los niños desde el nacimiento. Incluso los padres más instruidos no pueden proteger a sus hijos de la ideología moralista y antisexo que permea la sociedad estadounidense —desde los pasillos decorados en azul y rosa en las jugueterías hasta la prohibición de desnudez en público y la demonización de la actividad sexual de los niños, incluida la masturbación—. Como principales cuidadoras de los bebés y los niños pequeños, las madres (más que los padres), inician el proceso de represión sexual, enseñándoles a los niños a sentirse avergonzados de sus cuerpos y a suprimir su curiosidad natural.
August Bebel, uno de los principales dirigentes de la socialdemocracia alemana a finales del siglo XIX y principios del XX, parece un libertario sexual radical en comparación de los “feministas socialistas” de hoy en día. En La mujer y el socialismo, insistía:
“La satisfacción del instinto sexual es asunto personal de cada uno lo mismo que la satisfacción de cualquier otro instinto natural. Nadie tendrá que dar cuentas a otro ni se entremezclará nadie a quien no se le llame... El hecho de que desaparezca esa vergüenza tonta y ese ridículo secreto para hablar de las cosas sexuales, dará al trato entre los sexos una forma mucho más natural que hoy” [énfasis en el original].
Uno puede leer cientos de páginas escritas por los “feministas socialistas” modernos sin encontrar un solo argumento de que una sociedad socialista le permitirá a todo mundo satisfacer mejor sus deseos y necesidades sexuales.
El futuro comunista
Bajo el comunismo, la gente tendrá la genuina y auténtica libertad de construir y reconstruir sus relaciones interpersonales. Desde luego, esta libertad no es absoluta. La humanidad no puede trascender sus características biológicas y su relación con el entorno natural. El hombre y la mujer comunistas también envejecerán y morirán. Tampoco es posible borrar por completo el pasado y construir la sociedad desde cero. La humanidad comunista heredará, para bien y para mal, el legado cultural acumulado de nuestra especie. No podemos s aber qué prácticas sexuales existirán en la sociedad comunista porque serán determinadas en el futuro. Cualquier proyección, y más aún una prescripción, llevaría consigo las actitudes, los valores y los prejuicios formados en una sociedad de clases represiva.
Una diferencia fundamental entre los marxistas y los feministas, ya sean liberales o supuestamente socialistas, es que nuestro objetivo final no es la equidad entre los géneros como tal, sino el desarrollo progresista de la especie humana en su conjunto. La crianza comunal de los niños bajo condiciones de abundancia material y riqueza cultural producirá seres humanos cuyas capacidades mentales y bienestar sicológico serán vastamente superiores a las de la gente en esta sociedad empobrecida, opresiva y dividida en clases. En un discurso de 1932 acerca de la Revolución Rusa, “¿Qué fue la Revolución Rusa?”, León Trotsky dijo:
“Verdad es que la humanidad ha producido más de una vez gigantes del pensamiento y de la acción que sobrepasaban a sus contemporáneos como cumbres en una cadena de montañas. El género humano tiene derecho a estar orgulloso de sus Aristóteles, Shakespeare, Darwin, Beethoven, Goethe, Marx, Edison, Lenin. ¿Pero por qué estos hombres son tan escasos? Ante todo, porque han salido, casi sin excepción, de las clases elevadas y medias. Salvo raras excepciones, los destellos del genio quedan ahogados en las entrañas oprimidas del pueblo, antes que ellas puedan incluso brotar. Pero también porque el proceso de generación, de desarrollo y de educación del hombre permaneció y permanece siendo en su esencia obra del azar; no esclarecido por la teoría y la práctica; no sometido a la conciencia y a la voluntad...
“Cuando haya terminado con las fuerzas anárquicas de su propia sociedad, el hombre trabajará sobre sí mismo en los morteros, con las herramientas del químico. Por primera vez, la humanidad se considerará a sí misma como una materia prima y, en el mejor de los casos, como un producto semiacabado físico y psíquico. El socialismo significará un salto del reino de la necesidad al reino de la libertad. También es en este sentido que el hombre de hoy, lleno de contradicciones y sin armonía, franqueará la vía hacia una nueva especie más feliz”.
http://www.icl-fi.org/espanol/eo/45/familia.html
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2016.06.07 04:08 ShaunaDorothy El enfoque marxista de la liberación de la mujer - El comunismo y la familia ( 2 - 2 ) (Mayo de 2016)

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Pero, ¿cómo se logrará esta reducción y redistribución del trabajo doméstico? En la transición de la dictadura del proletariado al comunismo pleno, la transformación de la familia es un corolario de la expansión de la producción y el aumento de la abundancia. Su extinción o desintegración es resultado del éxito económico. En el proceso, será remplazada por nuevas formas de vivir que serán inconmensurablemente más ricas, humanas y gratificantes. Bien puede haber la necesidad de desarrollar algunas reglas en el curso de esta transformación conforme la gente busque nuevos modos de vida. En el periodo de transición, será la tarea del colectivo democrático de los obreros, el soviet, construir alternativas y guiar el proceso.
Vogel no plantea la cuestión crucial: cuando la mujer se libere de la esclavitud doméstica, ¿será libre para hacer qué? ¿La reducción del tiempo que pase en el trabajo doméstico será compensada por un aumento comparable en el tiempo que pase en su trabajo, dos horas menos lavando ropa y trapeando pisos, dos horas más en la línea de ensamblaje de la fábrica? Ésa ciertamente no es la idea marxista de la liberación de la mujer.
Remplazar el trabajo doméstico y la crianza de los niños con instituciones colectivas son aspectos de un cambio fundamental en la relación entre producción y tiempo de trabajo. Bajo una economía socialista planificada, todo tipo de actividad económica —desde la producción de acero y computadoras hasta la limpieza de la ropa, los pisos y los muebles— pasará por un constante y rápido aumento en la cantidad de producto por unidad de trabajo aplicado. Mucho antes de que se logre una sociedad comunista, es probable que la mayor parte del trabajo doméstico ya se haya automatizado. Más en general, habrá una reducción continua del tiempo de trabajo total necesario para la producción y el mantenimiento de los bienes de consumo y los medios de producción.
En una sociedad plenamente comunista, la mayor parte del tiempo será lo que ahora llamamos “tiempo libre”. El trabajo necesario absorberá una porción tan pequeña de tiempo y energía que cada individuo se lo concederá libremente al colectivo social. Todos dispondrán del tiempo y de los recursos materiales y culturales necesarios para realizar trabajo creativo y gratificante. En los Grundrisse (1857), Marx cita la composición musical como ejemplo de trabajo genuinamente libre.
Los “feministas socialistas” falsifican la doctrina y la práctica bolcheviques
En 2005, Sharon Smith, figura dirigente de la ISO que se pretende una teórica, publicó un libro, Women and Socialism: Essays on Women’s Liberation (La mujer y el socialismo: Ensayos sobre la liberación de la mujer, Haymarket Books), del cual se espera una nueva edición revisada y expandida para este año [2015]. Un extracto de esta nueva edición, “Theorizing Women’s Oppression: Domestic Labor and Women’s Oppress-ion” [Teorizando sobre la opresión de la mujer: El trabajo doméstico y la opresión de la mujer], publicado en International Socialist Review (marzo de 2013), delinea lo que la ISO define como su nuevo enfoque del feminismo. La “teorización” de Smith se basa en gran medida en el concepto de que el trabajo doméstico no remunerado es el fundamento de la opresión de la mujer, como lo presenta Vogel en Marxism and the Oppression of Women: Toward a Unitary Theory.
Smith comienza criticando a Karl Marx y Friedrich Engels, un requisito esencial para acceder al medio feminista pequeñoburgués: “La manera en que Marx y Engels describen la opresión de la mujer presenta frecuentemente componentes contradictorios: en algunos sentidos cuestionando fundamentalmente el status quo de género, pero meramente reflejándolo en otros”. Smith critica incluso más agudamente la Revolución Bolchevique de 1917 en Rusia, un evento que los liberales, feministas o no, consideran en el mejor de los casos un experimento utópico fallido y, en el peor, el nacimiento de un estado policiaco totalitario.
Haciéndole el juego a los prejuicios anticomunistas, Smith afirma que los bolcheviques apoyaron el papel tradicional de la mujer, haciendo de la maternidad el más alto deber social: “A pesar de los enormes logros de la Revolución Rusa de 1917 —incluyendo la legalización del aborto y el divorcio, el derecho al voto y a contender por puestos públicos y la abrogación de leyes que criminalizaban la prostitución y la sexualidad gay—, ésta no produjo una teoría capaz de enfrentar las normas naturales heterosexuales o la prioridad dada al destino maternal de las mujeres”. Smith procede a citar una declaración de John Riddell, un historiador izquierdista que frecuentemente publica en la International Socialist Review de la ISO: “Las mujeres comunistas en ese periodo veían el tener hijos como una responsabilidad social y buscaban ayudar a las ‘mujeres pobres que desean experimentar la maternidad como la más elevada felicidad’”.
Apoyándose en una cita sacada de contexto, Smith y Riddell falsifican la doctrina y la práctica bolcheviques. Los bolcheviques veían el remplazo de la familia a través de métodos colectivos para la crianza de los niños no como un objetivo distante en una futura sociedad comunista, sino como un programa que estaban empezando a implementar en el estado obrero ruso soviético existente. Alexandra Kollontai, una de las dirigentes del trabajo bolchevique entre las mujeres, abogó por instituciones socializadas que asumieran completa responsabilidad por los niños y su bienestar físico y sicológico desde la infancia. En su discurso al I Congreso de Mujeres Trabajadoras de Toda Rusia en 1918, declaró:
“Gradualmente, la sociedad se hará cargo de todas aquellas obligaciones que antes recaían sobre los padres...
“Existen ya casas para los niños lactantes, guarderías infantiles, jardines de la infancia, colonias y hogares para niños, enfermerías y sanatorios para los enfermos o delicados, restaurantes, comedores gratuitos para los discípulos en escuelas, libros de estudio gratuitos, ropas de abrigo y calzado para los niños de los establecimientos de enseñanza. ¿Todo esto no demuestra suficientemente que el niño sale ya del marco estrecho de la familia, pasando la carga de su crianza y educación de los padres a la colectividad?”
—“El comunismo y la familia”, Editorial Marxista, Barcelona, 1937
En una sociedad socialista, el personal encargado del cuidado y la educación en guarderías, jardines de niños y las escuelas preescolares estará compuesto de hombres y mujeres. De este modo —y sólo de este modo—, podrá eliminarse la división ancestral del trabajo entre hombres y mujeres en el cuidado de los niños pequeños.
El punto de vista de Kollontai acerca del futuro de la familia no era inusual entre los dirigentes bolcheviques. En La mujer, el estado y la revolución: Política familiar y vida social soviéticas, 1917-1936 (Ediciones IPS, 2010), Wendy Goldman, una académica estadounidense de simpatías liberales feministas, escribe que Aleksandr Goijbarg, el principal autor del primer Código Sobre el Matrimonio, la Familia y la Tutela (1918), “alentaba a los padres a rechazar ‘su amor estrecho e irracional por sus hijos’. Según su punto de vista la crianza del estado ‘proveería resultados ampliamente superiores al abordaje privado, individual, irracional y no científico de padres individualmente “amorosos” pero “ignorantes”’”. Los bolcheviques no buscaban únicamente liberar a las mujeres del fastidio doméstico y la dominación patriarcal, sino también liberar a los niños de los efectos, frecuentemente nocivos, de la autoridad parental.
Los bolcheviques y el cuidado colectivo de los niños
Haciendo eco de Vogel, Smith escribe:
“Si la función económica de la familia obrera, tan crucial en la reproducción de la fuerza de trabajo para el sistema capitalista —y que al mismo tiempo forma la raíz social de toda la opresión de la mujer—, fuera eliminada, se sentarían las bases materiales para la liberación de la mujer. Este resultado sólo puede empezar a obtenerse mediante la eliminación del sistema capitalista y su remplazo por una sociedad socialista que colectivice el trabajo doméstico antes asignado a las mujeres”.
Aquí, el uso que hace Smith del término “trabajo doméstico” resulta ambiguo. ¿Se refiere únicamente a los quehaceres domésticos y al cuidado físico de los niños pequeños? ¿Y qué hay del “trabajo doméstico” que implica lo que se considera la tutela parental hoy día en EE.UU.? Smith no nos lo dice. Simplemente ignora la cuestión de las relaciones interpersonales entre las madres y sus hijos: escuchar y hablar con ellos de sus problemas, deseos y miedos; enseñarles los primeros pasos en el lenguaje y las bases de higiene, seguridad y otras tareas prácticas; jugar con ellos; ayudarles con su tarea. Al ignorar estas interacciones como parte del dominio colectivo, la idea del socialismo de Smith es enteramente compatible con la preservación de la familia, excluyendo los quehaceres domésticos.
¿Por qué esta ambigüedad en una cuestión tan crucial? La ISO apela a los jóvenes idealistas de la izquierda liberal promoviendo una versión del “marxismo” adaptada a sus puntos de vista y a sus prejuicios. Esta organización no toma casi nunca una posición sobre tema alguno que sea verdaderamente impopular en el medio de los radicales liberales estadounidenses. Las jóvenes feministas encontrarán muy atractiva la idea de una vida familiar sin quehaceres domésticos. Pero, ¿abandonar la perspectiva de un hogar familiar propio y la preocupación exclusiva por sus “propios” hijos? La audiencia pequeñoburguesa a la que se dirige Smith se horrorizaría ante el programa bolchevique para la transformación de la vida cotidiana a través de los métodos colectivos de vida. Como escribió Kollontai:
“La mujer, a la que invitamos a que luche por la gran causa de la liberación de los trabajadores, tiene que saber que en el nuevo estado no habrá motivo alguno para separaciones mezquinas, como ocurre ahora.
“‘Estos son mis hijos. Ellos son los únicos a quienes debo toda mi atención maternal, todo mi afecto; ésos son hijos tuyos; son los hijos del vecino. No tengo nada que ver con ellos. Tengo bastante con los míos propios’.
“Desde ahora, la madre obrera que tenga plena conciencia de su función social, se elevará a tal extremo que llegará a no establecer diferencias entre ‘los tuyos y los míos’; tendrá que recordar siempre que desde ahora no habrá más que ‘nuestros’ hijos, los del estado comunista, posesión común de todos los trabajadores”.
En 1929, el Partido Comunista (PC) ruso todavía llamaba por la extinción de la familia, a pesar del ascenso al poder político de una casta burocrática conservadora dirigida por I.V. Stalin cinco años antes. Pero como escribimos en “La Revolución Rusa y la emancipación de la mujer”: “Para 1936-37, cuando la degeneración del PC ruso ya estaba completa, la doctrina estalinista declaró eso un ‘craso error’ y llamó por una ‘reconstrucción de la familia sobre una nueva base socialista’”.
La familia como una construcción social
Mientras que Smith y Riddell afirman falsamente que el régimen bolchevique de los primeros años apoyaba el papel tradicional de las mujeres como principales cuidadoras de sus niños pequeños, Goldman lo critica por no hacerlo:
“Los bolcheviques les adjudicaban poca importancia a los poderosos lazos emocionales entre padres e hijos. Asumían que la mayor parte del cuidado necesario de los niños, hasta de los más pequeños, podía ser relegado a empleados públicos pagos. Tendían a menospreciar el rol del lazo madre-hijo en la supervivencia infantil y el desarrollo del niño en edad temprana, por más que hasta un conocimiento rudimentario del trabajo de guarderías pre-revolucionarias hubiera revelado las tasas de supervivencia escandalosamente bajas para niños pequeños en contextos institucionales y los obstáculos para el desarrollo infantil sano”.
Esta analogía es completamente inválida. El trato y la suerte de los niños pequeños en los empobrecidos orfanatorios de la Rusia zarista no pueden ser comparados de ningún modo con el cuidado colectivo de los niños en una sociedad revolucionaria. Un estado obrero, particularmente en un país económicamente avanzando, tendría los recursos humanos y materiales para proporcionar un cuidado para los niños pequeños muy superior en todos los aspectos al de una madre en el contexto privado del hogar familiar.
Más aún, los bolcheviques pusieron gran énfasis en la salud y el bienestar de las madres y los niños. El Código Laboral de 1918 proporcionaba un descanso pagado de 30 minutos al menos cada tres horas para alimentar a un bebé. El programa de seguridad maternal implementado ese mismo año proveía una licencia por maternidad pagada de ocho semanas, recesos para el cuidado infantil e instalaciones de descanso en las fábricas para las mujeres en el trabajo, cuidado pre y postnatal gratuito y pensiones en efectivo. Con la red de clínicas de maternidad, consultorios, comedores, guarderías y hogares para las madres y los bebés, este programa probablemente fue la innovación más popular del régimen soviético entre las mujeres.
Los feministas en EE.UU. y otros lugares denuncian frecuentemente la proposición de que “la biología determina el destino” como una expresión de machismo. Y, sin embargo, Goldman asume que las mujeres, o incluso los hombres, que no tienen relación biológica con los bebés ni los niños pequeños son incapaces de desarrollar los mismos sentimientos de protección hacia ellos que sus madres biológicas. Los padres de niños adoptados probablemente tendrán algo que decir contra esta idea. Pero la práctica moderna de la adopción en EE.UU. también está basada en la idea de que sólo en el contexto de una “familia” —ya sea de madre y padre biológicos, padres adoptivos o padres gay o transgénero— los niños pueden recibir el cuidado y el amor necesarios. Lejos de ser un hecho natural, la idea de que los niños sólo pueden desarrollarse con éxito en el contexto de una familia es una construcción social.
Cuando la gente vivía como cazadores-recolectores (durante la vasta mayoría de los 200 mil años en los que ha existido nuestra especie), la banda o la tribu, no “la pareja”, era la unidad básica de la existencia humana. Un ejemplo del pasado no muy distante viene del testimonio de los misioneros jesuitas del siglo XVII entre el pueblo de cazadores naskapi de Labrador. Como lo cuenta Eleanor Burke Leacock en su magnífica introducción a El origen de la familia, la propiedad privada y el estado de Engels (International Publishers, 1972), los jesuitas se quejaban de la libertad sexual de las mujeres naskapi, señalándole a un hombre que “no estaba seguro de que su hijo, que estaba ahí presente, fuera su hijo”. La respuesta del naskapi es reveladora: “Ustedes no tienen sentido. Ustedes los franceses aman sólo a sus propios hijos; pero nosotros amamos a todos los niños de nuestra tribu”.
La desaparición de las clases y la propiedad privada bajo el comunismo conduciría inevitablemente a la completa libertad en las relaciones sexuales y a la desaparición de cualquier concepto de legitimidad e ilegitimidad. Todo el mundo tendría acceso a los beneficios completos de la sociedad por el sólo hecho de ser ciudadano del soviet internacional.
La familia como portadora de la ideología burguesa
Vogel y Smith limitan implícitamente el concepto de trabajo doméstico a las actividades físicas. De ese modo, Smith escribe: “Las actividades cotidianas de la familia aún giran alrededor de la alimentación, el vestido, la limpieza y el cuidado en general de sus miembros, y esa responsabilidad aún recae principalmente en las mujeres”. Pero criar hijos con miras a su eventual ingreso al mercado laboral no es como criar becerros y corderos para el mercado ganadero. La reproducción de la fuerza de trabajo humana no tiene sólo un componente biológico, sino también uno social, es decir ideológico. Llevar a un niño a la iglesia o a recibir educación religiosa también es una forma de trabajo doméstico, importante a su modo para la preservación del sistema capitalista; lo mismo sucede con llevar a un niño a ver una película que glorifica los “valores familiares”, el patriotismo, etc. La familia es la principal institución a través de la cual la ideología burguesa en sus distintas formas se transmite de una generación a la siguiente.
En El ABC del comunismo (1919), escrito por dos dirigentes bolcheviques, Nikolai Bujarin y Evguenii Preobrazhensky, se explica cómo la diminuta minoría de capitalistas no puede dominar a la clase obrera utilizando sólo la fuerza física y la coerción impuestas por la policía y el ejército. La preservación del sistema capitalista también requiere de la fuerza de las ideas:
“La burguesía comprende que no puede someter a la clase obrera con la sola fuerza bruta. Sabe que es necesario nublar también el cerebro... El estado capitalista educa especialistas para el acretinamiento y la doma del proletariado: maestros burgueses y profesores, curas y obispos, plumíferos y periodistas burgueses”.
Bujarin y Preobrazhensky señalaron tres instituciones fundamentales para mantener el dominio ideológico de la burguesía: el sistema educativo, la iglesia y la prensa (los medios masivos actualmente incluyen también al cine, la televisión y el Internet).
En los países capitalistas avanzados, en los que los niños son normalmente considerados propiedad de sus padres, la familia tiene relaciones distintas con cada una de esas instituciones. A partir de los cinco o seis años, los niños están legalmente obligados a asistir a la escuela (pública o privada) y los niños más chicos con frecuencia van a preescolar. Desde muy temprana edad, los niños ven televisión; algunos padres, más frecuentemente las madres, controlan lo que ven. A diferencia de los maestros y los productores de televisión, los clérigos no tienen un acceso tan automático a los niños pequeños: en EE.UU. y otros países, los padres deciden si sus hijos reciben adoctrinamiento religioso o no. Al menos al inicio, este adoctrinamiento les es impuesto a los niños en contra de sus deseos subjetivos. Probablemente no hay en el planeta un niño de cuatro o cinco años que prefiera asistir a servicios religiosos en vez de jugar con otros niños.
Tomemos el caso de un niño de diez años cuyos padres son católicos practicantes. Desde que tiene memoria lo han llevado a misa. Ha ido a una escuela católica en vez de ir a la escuela pública, o adicionalmente a ésta. En casa, ha escuchado rezos antes de cada comida y experimentado múltiples expresiones de fe religiosa en la vida doméstica cotidiana. Hay grandes probabilidades de que un niño como éste suscriba las creencias y doctrinas católicas al menos hasta una etapa posterior de su vida en la que se vea libre de la autoridad de sus padres.
Por otro lado, veamos ahora el caso de un niño de diez años cuyos padres no son religiosos. Su conocimiento de la religión está limitado a lo que ha aprendido en la escuela pública e información ocasional obtenida de programas de televisión, películas y discusiones con otros niños de mentalidad religiosa. Un niño así casi seguramente no será religioso. Pero no tener religión no inmuniza a un niño de otras formas probablemente “progresistas” de ideología burguesa. Un niño criado por padres que suscriben el “humanismo secular” muy probablemente se considerará políticamente liberal en EE.UU. o socialdemócrata en Europa, y probablemente demostrará elitismo intelectual. Así mismo, existe una corriente del libertarismo ateo (asociada con Ayn Rand) que glorifica el individualismo egoísta y el capitalismo de “libre mercado”. La religión no es la única forma de ideología burguesa reaccionaria.
La familia oprime a los niños al igual que a las mujeres, y deforma muchísimo la conciencia de los hombres también. Los feministas, liberales y “socialistas”, ignoran este hecho social fundamental, si no es que abiertamente lo niegan. Para éstos, reconocer que la opresión de los niños es intrínseca a la familia significaría (¡horror de horrores!) criticar el comportamiento socialmente condicionado de las mujeres en su papel de madres. Marxistas autoproclamados como Vogel y Smith, que promueven la tesis de que el trabajo doméstico es la base de la opresión de las mujeres, tratan implícitamente a las mujeres como si sólo hicieran bien a sus hijos.
Contra la represión sexual de los niños
Aunque la mayoría de los feministas condenarían el abuso físico de los niños, en los hechos permanecen indiferentes al abuso sicológico. Por tomar sólo un ejemplo, los hijos de padres fundamentalistas cristianos (católicos o protestantes) sufren la tortura mental de creer que irán al infierno si no se portan bien.
La represión sexual de los niños, que se extiende a la adolescencia, está bastante más extendida y causa daños sicológicos más graves. La sociedad capitalista está diseñada para penalizar la expresión de sexualidad de los niños desde el nacimiento. Incluso los padres más instruidos no pueden proteger a sus hijos de la ideología moralista y antisexo que permea la sociedad estadounidense —desde los pasillos decorados en azul y rosa en las jugueterías hasta la prohibición de desnudez en público y la demonización de la actividad sexual de los niños, incluida la masturbación—. Como principales cuidadoras de los bebés y los niños pequeños, las madres (más que los padres), inician el proceso de represión sexual, enseñándoles a los niños a sentirse avergonzados de sus cuerpos y a suprimir su curiosidad natural.
August Bebel, uno de los principales dirigentes de la socialdemocracia alemana a finales del siglo XIX y principios del XX, parece un libertario sexual radical en comparación de los “feministas socialistas” de hoy en día. En La mujer y el socialismo, insistía:
“La satisfacción del instinto sexual es asunto personal de cada uno lo mismo que la satisfacción de cualquier otro instinto natural. Nadie tendrá que dar cuentas a otro ni se entremezclará nadie a quien no se le llame... El hecho de que desaparezca esa vergüenza tonta y ese ridículo secreto para hablar de las cosas sexuales, dará al trato entre los sexos una forma mucho más natural que hoy” [énfasis en el original].
Uno puede leer cientos de páginas escritas por los “feministas socialistas” modernos sin encontrar un solo argumento de que una sociedad socialista le permitirá a todo mundo satisfacer mejor sus deseos y necesidades sexuales.
El futuro comunista
Bajo el comunismo, la gente tendrá la genuina y auténtica libertad de construir y reconstruir sus relaciones interpersonales. Desde luego, esta libertad no es absoluta. La humanidad no puede trascender sus características biológicas y su relación con el entorno natural. El hombre y la mujer comunistas también envejecerán y morirán. Tampoco es posible borrar por completo el pasado y construir la sociedad desde cero. La humanidad comunista heredará, para bien y para mal, el legado cultural acumulado de nuestra especie. No podemos s aber qué prácticas sexuales existirán en la sociedad comunista porque serán determinadas en el futuro. Cualquier proyección, y más aún una prescripción, llevaría consigo las actitudes, los valores y los prejuicios formados en una sociedad de clases represiva.
Una diferencia fundamental entre los marxistas y los feministas, ya sean liberales o supuestamente socialistas, es que nuestro objetivo final no es la equidad entre los géneros como tal, sino el desarrollo progresista de la especie humana en su conjunto. La crianza comunal de los niños bajo condiciones de abundancia material y riqueza cultural producirá seres humanos cuyas capacidades mentales y bienestar sicológico serán vastamente superiores a las de la gente en esta sociedad empobrecida, opresiva y dividida en clases. En un discurso de 1932 acerca de la Revolución Rusa, “¿Qué fue la Revolución Rusa?”, León Trotsky dijo:
“Verdad es que la humanidad ha producido más de una vez gigantes del pensamiento y de la acción que sobrepasaban a sus contemporáneos como cumbres en una cadena de montañas. El género humano tiene derecho a estar orgulloso de sus Aristóteles, Shakespeare, Darwin, Beethoven, Goethe, Marx, Edison, Lenin. ¿Pero por qué estos hombres son tan escasos? Ante todo, porque han salido, casi sin excepción, de las clases elevadas y medias. Salvo raras excepciones, los destellos del genio quedan ahogados en las entrañas oprimidas del pueblo, antes que ellas puedan incluso brotar. Pero también porque el proceso de generación, de desarrollo y de educación del hombre permaneció y permanece siendo en su esencia obra del azar; no esclarecido por la teoría y la práctica; no sometido a la conciencia y a la voluntad...
“Cuando haya terminado con las fuerzas anárquicas de su propia sociedad, el hombre trabajará sobre sí mismo en los morteros, con las herramientas del químico. Por primera vez, la humanidad se considerará a sí misma como una materia prima y, en el mejor de los casos, como un producto semiacabado físico y psíquico. El socialismo significará un salto del reino de la necesidad al reino de la libertad. También es en este sentido que el hombre de hoy, lleno de contradicciones y sin armonía, franqueará la vía hacia una nueva especie más feliz”.
http://www.icl-fi.org/espanol/eo/45/familia.html
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